Immigrati & Integrazione. Per quanti solo un miraggio?

Il progetto

1.Si sono concluse a fine giugno 2018  le attività progettuali con l’ultimo incontro transnazionale ad Offenbach in Germania. Sono stati valutati i risultati complessivi di un lavoro impegnativo, ma anche molto proficuo che è riuscito  ad arricchire la conoscenza di situazioni,problemi, interrogativi, ma anche di sperimentazioni innovative utili ad orientare  priorità ed in alcuni casi scelte programmatiche dei Soggetti esteri partecipanti.

Si ricorda che finalità ed obiettivi specifici del Progetto miravano a:- promuovere un confronto tra le politiche per l’integrazione sviluppate in Italia, Olanda, Germania, Francia, Spagna; – approfondire la conoscenza del sistema dei servizi offerti alla popolazione stabilmente immigrata,nonché a migranti e richiedenti asilo;-capitalizzare alcune Buone Pratiche di integrazione” trasferibili.

Le attività progettuali sono sostanzialmente consistite in sei incontri internazionali (cfr. Sez. Incontri) che hanno consentito di analizzare la situazione in atto nei diversi contesti di riferimento e di ragionare sull’andamento dei processi di integrazione nazionali. Tra l’altro, si è affrontata la complessa questione dell’integrazione delle Seconde/Terze Generazioni (cfr. Sez.Outputs) e si è presa in conto la sperimentazione di un dialogo sistemico tra comunità di migranti, autoctoni,  istituzioni, movimenti associativi e le diverse espressioni del territorio, riferito all’aspetto nodale della identità religiosa di ciascuno. Sono state infine individuate cinque Buone Pratiche  riferite al funzionamento dei servizi in favore dei migranti e richiedenti asilo, poi tradotte in Modelli trasferibili la cui diffusione è stata affidata tra l’altro – nell’ambito di uno specifico  Protocollo di Intesa (cfr. Sez Outputs)- ad un Network per l’integrazione costituito da Soggetti istituzionali e privati.

Da sottolineare il fatto che l Buone Pratiche sono state selezionate in relazione alla loro utilità ai fini del processo di coesione e riferite tanto al processo di integrazione degli immigrati strutturalmente presenti, quanto al percorso di accoglienza di rifugiati e richiedenti asilo. Le Buone Pratiche selezionate, tradotte in Modelli sostenibili e trasferibili, riguardano: a.coinvolgimento dei nuovi cittadini nella concezione e strutturazione del sistema di welfare; b.promozione di un dialogo interculturale/interreligioso come strumento di governo del territorio; c.scuola di imprenditorialiatà di Seconde e Terze Generazioni;d. start-up per l’integrazione al lavoro di rifugiati e richiedenti asilo; e.percorsi e modalità di diffusione dello strumento dei corridoi umanitari.(cfr. Sez Outputs)

2.Quanto ai risultati ottenuti va in particolare sottolineata la positiva esperienza degli incontri internazionali  che hanno consentito di esprimere valutazioni condivise sui processi di integrazione che per opinione generale hanno per lo più privilegiato una dimensione strutturale degli interventi attivati che non ha permesso di sviluppare adeguatamente spazi e canali di dialogo per contrastare l’insorgere di conflitti suscettibili di pregiudicare la coesione sociale.  Di fatto, si è ritenuto che in generale non è stato dato  sufficiente peso ad alcuni aspetti nodali (identità religiosa, scuola e formazione delle giovani generazioni, loro idoneo inserimento nel mondo del lavoro), aspetti che al contrario richiederebbero  più diffusi interventi per impegnare tutti, immigrati ed autoctoni,  in un progetto solidale, capace di tenere insieme diritti e responsabilità degli individui, diritti e responsabilità delle comunità presenti sul territorio, di fatto di “includere” effettivamente gli individui che vivono sullo stesso territorio.

Una questione principale ha attraversato analisi e valutazioni nel corso delle attività: la sostanziale insufficiente “integrazione attiva” dei migranti che sul piano dei principi enunciati avrebbero dovuto diventare più diffusamente  interlocutori riconosciuti dalle istituzioni e dalle diverse articolazione della società civile. Questa questione faceva specifico riferimento al concetto di enabling  society che si era sviluppato negli anni ’90 in relazione ad attività ed iniziative che supportassero gli immigrati “ non ad essere  solo nuovi cittadini, ma ad essere veri e propri partner.” Nel corso dei lavori è apparso chiaro che, aldilà della generale implementazione dei servizi di welfare in loro favore,  ancor oggi “lo straniero” resta spesso un interlocutore debole anche all’interno della propria comunità, mentre i singoli e le loro associazioni  avrebbero la  necessità  di  trovare più adeguati spazi di riconoscimento, per evitare che l’interazione effettiva con il paese di accoglienza resti occasionale e contingente. Una seconda importante questione ha riguardato il diffuso mancato riconoscimento della appartenenza culturale/religiosa di ciascuno che avrebbe di fatto potuto  dare un contributo importante per il miglioramento dei rapporti tra gli uomini,per  una collaborazione tra società, culture e religioni e, non da ultimo, per una condivisione della centralità dei diritti-doveri del cittadino.


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