Per due ragioni: riuscire a vedere più chiaro nella complessità dei fenomeni migratori e dei percorsi di integrazione attivati in questi ultimi anni in Europa, e tentare di prospettarne sviluppi che possano attivare Buone Pratiche, socialmente più inclusive e rispettose delle diversità.

Riuscire in questa doppia sfida non è semplice perché i processi di integrazione esprimono fenomeni complessi cui è difficile dare una corretta lettura. Poiché dipendono da molte variabili, è necessario prendere in conto i numerosi fattori che nei differenti paesi hanno consentito che si sviluppassero “percorsi” di integrazione ognuno strutturato su quanto si riteneva dovesse essere l’integrazione. Altra cosa è poi ciò che essa è realmente stata.

Può essere utile ricordare che i Principi Fondamentali Comuni per la Politica di Integrazione degli immigrati (dettati dalla UE nel novembre 2004) avevano ben precisato che essa avrebbe dovuto essere  “un processo dinamico e bilaterale di adeguamento reciproco di immigrati e residenti degli Stati membri”. Questo processo avrebbe dovuto peraltro implicare il rispetto dei valori fondamentali della UE” e al tempo stesso la salvaguardia della pratica di culture e religioni diverse.  

Aggiungevano i testi comunitari che per favorire il processo doveva essere garantito agli immigrati l’accesso alle istituzioni, a beni e servizi pubblici e privati, su un piede di parità e in modo non discriminatorio, e che l’interazione di immigrati e cittadini degli Stati membri avrebbe dovuto essere un elemento fondamentale”. 

Ora, sembra proprio nella mancata o insufficiente interazione tra le componenti della società (autoctone e immigrate) che pare potersi cogliere il grande elemento di debolezza di tutti i percorsi di integrazione. L’incontro o se si vuole il reciproco “ riconoscimento” tra vecchi e nuovi cittadini, non è di fatto o compiutamente avvenuto.

Ciò vale in particolare per le Seconde/Terze Generazioni che mostrano come proprio la forte divergenza di “aspettative di integrazione” tra le generazioni più giovani sia spesso alla base di una conflittualità che coinvolge i  processi di identificazione e di auto-riconoscimento in un patrimonio culturale che può essere quello del paese di origine, piuttosto che quello del paese di accoglienza.

E come si è visto in alcuni casi gli esiti possono essere drammatici.

Ed allora dinanzi a questa situazione che sembra esistere in quasi tutti i paesi UE, parrebbe ovvio chiedersi se la società, le istituzioni, le comunità religiose abbiano lavorato nella corretta direzione, attivando tutti gli strumenti necessari per consentire un effettivo percorso di integrazione, in particolar per le giovani generazioni.

Ci si dovrebbe anche chiedere perché ad un certo punto le cose sembrano non avere funzionato? Perché  i percorsi avviati si sono arrestati ed in molti casi hanno fatto dei passi indietro? E nello specifico, quanta parte della società può dire di conoscere o riconoscere i tanti giovani di seconda o terza generazione nelle loro proprie identità?

E ancora, quanti hanno consapevolezza dei problemi cui sono confrontati o delle differenze tra giovani islamici, latino americani, indiani, cinesi, esteuropei, rom? Sappiamo molte cose dei genitori, immigrati di prima generazione, tra 40 e oltre 60 anni, ma non per forza i figli adolescenti o giovani uomini, alcuni nati in Europa o venuti da piccoli, tuttavia istruiti e socializzati nel Vecchio Continente, sono uguali ai padri.

Possiamo fondatamente pensare che proprio la insufficiente conoscenza di tali problemi da parte della popolazione di accoglienza (e di conseguenza l’inadeguatezza delle risposte) che stia minando la costruzione del vivere insieme, generando tensioni, conflittualità, pregiudizi, luoghi comuni, paura del diverso.

In sostanza, la difficoltà dell’accettazione dell’altro pare favorire oggi lo svilupparsi di identità difensive che rigettano spesso con episodi violenti, il proprio disagio e la propria “inadeguatezza” e rendono molto difficile trovare una via d’uscita.

Non sarebbe allora giunto il momento di ricercarla, questa via di uscita, interrogandosi sui tanti comportamenti che sono alla base di incomprensioni, ostilità, conflittualità, e ricercando attraverso il dialogo le risposte giuste per trovare le motivazioni e gli strumenti per il consolidarsi di una Europa  plurale?

Di fatto, si imporrebbe di riavviare i processi di integrazione dando risposte condivise ad interrogativi essenziali su: cittadinanza, identità, velo, istruzione religiosa, luoghi di culto, terrorismo. E questo senza infingimenti, con chiarezza e trasparenza, in un dialogo aperto con le giovani generazioni (tutte) che in una Europa che invecchia, sono diventati  pilastri essenziali.

In questa direzione intende muoversi il Progetto. 


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